mercoledì 5 ottobre 2016

Quànne pròdene le mane...

 Il prurito alle mani,  non essendo molto frequente, è stato da sempre spiegato con superstiziosa premonizione di eventi positivi e negativi: < o solde o mazzate! >
 

Un proverbio recita: "Cigghie a' lle mane: o turnise o mulegnane" ( Prurito alle mani: o soldi o bastonate.)

A tal proposito occorre stabilire che: il prurito al palmo delle mani, riguarda i soldi;
il prurito sul dorso delle mani , riguarda le liti.
Una volta identificato il genere di prurito, bisognerà capire la natura, positiva o negativa, dell'evento: tutto ciò che riguarda la mano destra sarà positivo:
se prude il palmo: entreranno soldi -  se prude il dorso: saremo noi a bastonare, vinceremo una lite,  
Per la mano sinistra, invece, le cose si mettono male:
se prude il palmo: usciranno soldi, sosterremo una spesa - se prude il dorso: riceveremo bastonate, perderemo una lite.
Ma attenzione!
La reazione spontanea al prurito è grattarsi ma... non sempre grattarsi porta bene, in questo caso, non bisogna farlo assolutamente perchè questo gesto spontaneo annullerebbe o cambierebbe gli effetti del presagio, così che:
grattando la mano destra: non riceveremo più soldi e non daremo più bastonate;
grattando la mano sinistra: confermeremo l'uscita di soldi e  prenderemo le bastonate.
 

Lo so è un po' complicato ma, finalmente, ora lo sapete: destra o sinistra, palmo o dorso, se vi prudono le mani NON GRATTATEVI! - perchè altrimenti, farete qualcosa di sbagliato e qualcuno potrà dirvi: < ... ma cè te stònne prodene le mane?>

venerdì 30 settembre 2016

L'arie jè 'a sove, ma le turnìse so' de Troile!

Il nostro patrimonio lessicale ha una frase per ogni occasione. Espressioni che vanno man mano perdendosi. Più il tempo passa più l'oblio incombe.
Oggi mi è capitato di incontrare persone che "s'a mantenevene" ... "s'a profumavene" ... insomma, si davano delle arie. 

Di una in particolare osservavo l'ostentata boriosità e, conoscendone stirpe, discendenza e situazione reale, con ironica compassione  ho pensato: 
               " l'arie jè 'a sove, ma le turnìse so' de Troile!"
Un antico modo di dire che ricorda anche una tra le più ricche famiglie nobili della Taranto ottocentesca: i Troilo, il cui ingente patrimonio era costituito da palazzi, ville, masserie e terreni, il cui immenso valore ha dato vita a questo modo di dire in cui la ricchezza, nei suoi diversi aspetti, è l'agognata meta che molti possono vantare ma pochissimi riescono ad eguagliare.
Questo modo di dire viene usato per indicare le persone che con spavalderia ostentano ricchezze che non hanno.
Di fronte a questo tipo di atteggiamenti, proprio chi conosce bene la situazione, non può fare a meno di pronunciare questo detto, ricordando che  la ricchezza, reale o ostentata, non è tutto nella vita e bisogna sempre ricordare che: "pure a reggìne avì 'bbisogne d'a vicìne"!!!

mercoledì 29 giugno 2016

Pietr'aùre

Oggi è San Pietro e Paolo e per questa ricorrenza vi voglio parlare di Palazzo Galeota.


I palazzi nobiliari del borgo antico custodiscono tanta storia ma anche tante storie, fatti veri o inventati comunque degni di essere raccontati. 

Vi chiederete cosa ha a che fare questo palazzo nobiliare con San Pietro, col Santo niente,  col "Pietro"  qualcosa c'è...

La storia ci dice che Palazzo Galeota,  prende il nome degli ultimi proprietari ma  fu costruito nel 1728 per volontà del canonico Don Vincenzo Cosa, uomo scaltro che mediante la gestione dei lasciti testamentari al capitolo metropolitano, e la considerevole attività creditizia esercitata, seppe accumulare le somme necessarie per esaudire il suo desiderio di annoverare la sua famiglia tra quelle della nobiltà tarantina.
 
A suggellare il prestigio raggiunto col potere economico,il canonico si prodigò a combinare il matrimonio del fratello don Domenico Cosa, con la nobildonna napoletana donna Rosa de Cordova.
Alla morte di Don Vincenzo e del fratello Domenico, il palazzo passò alla famiglia Calò  e in seguito alla famiglia Galeota, da cui ha preso il nome. 

La leggenda vuole che il fantasma di un monaco si aggiri per le stanze del palazzo, alcuni pensano si tratti presumibilmente di Don Vincenzo, alri invece dicono si tratti di "l'aùre de case", ossia del monacello, il folletto della casa.
A questo " folletto" i tarantini hanno dato una storia... e un nome ... 


 Pietr'aùre

... a Palazzo Galeota viveva una giovane coppia, lei una bella ragazza, lui un bell'uomo, onesto, lavoratore che faceva il fornaio.
Vicino al Palazzo viveva Pietro, un bel ragazzo che si era invaghito della moglie del fornaio e non esitava a corteggiarla. Il corteggiamento fu così serrato, che la giovane sposina cedette e nottetempo, quando il marito era dedito al suo lavoro di fornaio, aprì la porta di casa al focoso Pietro. I loro incontri erano tanto appassionati da lasciare lividi e rossori sul corpo della giovane.
Quando il marito, tornato a casa, chiedeva alla moglie cosa fossero quei segni, lei rispondeva "ha state l'aùre!"
La gente che vedeva e sapeva, ascoltando una simile risposta, commentava: " Si, Pietr'aùre!"  


Da questa storia è nato il detto:
" Pizzeche d'aùre
  pigghiete paure,
 pizzeche de zite
                                                 pigghie marite "

  

domenica 19 giugno 2016

" E và bbène " ...disse Donna Lena

Un modo di dire recita:
" e vabbène disse donna Lena, quanne vedì 'a figghie, 'a serva e 'a jatta prène " 
un detto che sottolinea la necessità, a volte, di arrendersi all'evidenza e accettare le cose per quelle che sono.
Come fece Donna Lena che, aveva una figlia in età da marito e, in attesa che arrivasse un pretendente alla sua altezza, preoccupata per il suo onore, la faceva uscire sempre in compagnia della donna che aveva a servizio.
Un giorno però, entrando all'improvviso nella stanza della figlia, notò che "aveva messo sù pancia",



allora infuriata andò nella stanza della donna di servizio per chiedere spiegazioni e si accorse che anche lei aveva "il pancione".
Sconvolta, Donna Lena cominciò ad inveire contro la figlia e la serva quando,
la gatta di casa le si avvicinò miagolando, cercando una cuccia per partorire....



A quel punto Donna Lena si ammutolì e, rassegnata, si lasciò cadere su una sedia esclamando: " e và bbène!"...
















venerdì 10 giugno 2016

Donna Pernice.

Berenice era una nobildonna di origini napoletane, sposata con Cataldo Simonetti, piccolo borghese tarantino titolare di una gioielleria. Vivevano agiatamente col loro figlioletto Domenico, detto Mimì - soprannominato "brasciolette" che non privavano di vizi e sfizi, ma dopo una rapina che svaligiò il loro negozio caddero in miseria e la loro vita cambiò drasticamente.
Donna Berenice non si perse d’animo e avendo studiato canto, andò a cantare in chiesa accompagnata al pianoforte dal figlio Mimì che aveva preso lezioni di pianoforte.
I nobili parenti napoletani l'aiutavano come potevano, inviando anche i loro vestiti dismessi, ma lei, Donna Pernice, com’era chiamata dai tarantini che per inflessione dialettale storpiavano il suo nome, li indossava senza soggezione, benchè fuori moda e fuori luogo, e a chi la guardava con disprezzo rispondeva: 

< abbete mije pumpuse, quidde ca me donne me mette suse.>
 

Una donna rimasta impressa ai tarantini che ancora oggi vedendo una persona vestita in modo stravagante usano dire: 
"S’ha vestute come donna Pernice!" 

A suo marito invece avevano dedicato una cantilena:
"Don Catavete Simonette,
pe mugghiere 'na catalette,
pe figghie na brasciolette!" 
Donna Berenice col marito Cataldo Simonetti (a destra) e il figlio Domenico (a sinistra)

venerdì 27 novembre 2015

Papa Siste...




Questo il detto popolare che i tarantini dedicarono ad una famosa leggenda su Papa Sisto V ( Felice Piergentile Perretti - * 13/12/1521     + 27/08/1590 ) Pontefice dal 1585 fino alla morte. Dal carattere molto particolare e controverso, durante il suo pontificato trasformò la città di Roma, realizzando molto più di quanto altri regnanti, in molto più tempo, avessero fatto prima di lui. Guadagnandosi  la stima dei romani che lo soprannominarono "er papa tosto".

Si narra che:
"Un giorno a Roma si sparse la notizia che in un fondo, appena fuori città, un'immagine lignea del Cristo in Croce, aveva cominciato a trasudare sangue.
Il luogo divenne presto meta di pellegrini, e di ciò il proprietario ne ricavava un ottimo introito. La notizia giunse alle orecchie del Papa che, noto per il suo scetticismo verso i miracoli,  decise di andare a verificare di persona quanto sentito dai pellegrini. Appena arrivato, Papa Sisto V, chiese di vedere il Crocifisso. Dopo che la prodigiosa statua gli fu mostrata, il Papa chiese un'ascia, e proferendo le parole: "come Cristo Ti adoro; come legno ti spacco"
tirò un violento colpo d'ascia sulla statua, sfasciandola.
All'interno della statua trovarono una spugna imbevuta di sangue animale e una corda che, tirata, strizzava la spugna, facendo sanguinare la statua.
Il proprietario del fondo, e della statua, fu portato a Roma e giustiziato.


Questa leggenda, il 9 aprile 1834, ispirò a Giuseppe Gioacchino Belli  il sonetto romanesco:  
PAPA SISTO
Fra ttutti quelli c'hanno avuto er posto
De vicarj de Dio, nun z'è mai visto
Un papa rugantino, un papa tosto,
Un papa matto, uguale a Ppapa Sisto.

E nun zolo è da dì che dassi er pisto
A chïunqu'omo che j'annava accosto,
Ma nun la perdonò neppur'a Cristo,
E nemmanco lo roppe d'anniscosto.

Aringrazziam'Iddio c'adesso er guasto
Nun po' ssuccede ppiù che vienghi un fusto
D'arimette la chiesa in quel'incrasto.

Perché nun ce po' esse tanto presto
Un antro papa che je piji er gusto
De mettese pe nnome Sisto Sesto.

  

domenica 26 luglio 2015

Mamma Sand'Anna

Oggi si festeggia Sant’Anna,  per tutti i devoti Mamma Sand'Anne, la mamma delle mamme, che i tarantini venerano in questa statua della chiesetta a Lei dedicata.
La Chiesa di Sant’Anna si trova nel borgo antico al Largo Civitanova nei pressi di Piazza Fontana.
E’ piccolina, per cui la domenica precedente il  26 luglio, giorno della festa, la statua di Sant’Anna viene portata in processione nella vicina Chiesa di San Domenico Maggiore, per i festeggiamenti.
La Chiesa di Sant’Anna è stata costruita nel 1914 sulle macerie della Chiesa del XIII° secolo, dedicata a San Nicola in Civitanova. Per devozione verso la Madonna nel XIX° secolo fu dedicata a Sant’AnnA.
La facciata è in stile romanico di Puglia, con un grande aro ad una cuspide e un rosone centrale nella parte superiore. Sul lato destro si innalza il campanile.
L’interno è in stile barocco, con un affresco sulla volta raffigurante la glorificazione di Sant’Anna mentre sull’altare c’è la Statua di Sant’Anna affiancata da quella di San Gioacchino, suo sposo, e da quella di sant’Omobono.
Protettrice delle mamme, a Lei ci si rivolge, per avere un figlio, con questa preghiera in dialetto:
Sand’ Anna mèje benedette,
avijn’ a ccase ca t’aspette;
cu GieseCriste e ccu Marije,
famme ‘a grazia Sand’Anna pie!

…che al momento del parto diventa:
Sand’ Anna mèje benedette,
avijn’ a ccase ca t’aspette;
cu GieseCriste e ccu Marije,
famme nascere ‘u figghie mije

Durante il parto la “mammara” metteva una chiave e una testa d’aglio sul letto e diceva:
Cu stà chèje de le turmende
U’ delore nò se sende
St’agghie a parturenze sbrògghie
E quanne sgràve nò havejie rògghie.
Sand’Anne te llèva ogne scànde
A nnome d’u Padre, d’u Figghie e d’u Spìrede Sande

Ci si raccomandava a Sant'Anna anche la sera prima di addormentarsi:
Jie me còrche e m’hagghie curcàte
Cu tre jàngele ‘mmiènze a ccase
E trète ‘mbiède o’ liètte,
‘a Madonne a tenghe ‘mbiètte
GiseCrìste ‘ngapetàle
Sand’Anne pe’ uardiane.
 Quann’è l’ore ca Tu me chiame
E ci me chiame jndr’a ‘stanòtte
Fa’ ca no more de malamorte
Ma cumbessàte e cumunecàte
Cu Gesù sacramendàte.

E dopo le invocazioni ecco l'antica preghiera:
Sand'Anna mèa, Sand'Anna
prengepèsse e signùra granne
Sand'Anna de l'udienze 
  miètte recchie e ddamme adènzie  
si'  'a mamma de Marije,
me ne presce Sand'Anna mije.
Luce de le cièche
lenghe de le mute
cumbertatrìce de le còre afflitte.
tu ne parte Sand'Anna mije
accumpagnàte da Marije
e va da u' buon Gesù
a' grazzie ca Te cerche
no' l'à ttardare cchiù
Sand'Anna, aiùteme Tu! 
Sand'Anna nobbele d'u paravise
spose de San Giuàcchine gluriuse
parturiste Marije cu nnu bel vise
e a San Giseppe la daste pe spose.
m' arraccumanne 'a Tte gemme de vise
'u viandante cu nno veje avande
'u marenare cu nno tocche  'u funne.
Sand'Anna meje 'a femene parturende
sarve da pène delure e tturmiende!