martedì 9 giugno 2015

“Dunáte, Dunáte! ‘U tijmbe t’a jabbáte!

Donato era una persona pacata e tranquilla, comunemente definito " 'nu bbuène cristiàne", " 'nu  paciòne" - aveva ereditato un cospicuo patrimonio e quindi viveva una vita agiata e priva di mortificazioni, non era sposato, non aveva parenti , ma era altruista e, per questo, rispettato da tutti.
Un giorno incontrò una zingara che con insistenza volle leggergli la mano. Donato un po' per curiosità o forse per gioco, acconsentì. Porse la mano delicata e senza calli, perché in vita sua non aveva mai lavorato, che non passò inosservata alla zingara che gli predisse un futuro cupo, dicendogli che in un lasso di tempo relativamente breve avrebbe perso tutti i suoi averi. 

Donato di colpo impallidì, ma quella predizione cambiò radicalmente il suo modo di vivere; da uomo assennato e parsimonioso diventò dissennato e sprecone, spendeva in continuazione e, in poco tempo, dilapidò tutto il suo patrimonio fino a cadere in miseria, riducendosi a chiedere l’elemosina. 
La gente nel lasciargli una monetina diceva: “facìte ‘a lemoséne a Dunáte ca’u tijmbe l’ha jabbáte! (fate l’elemosina a Donato che il tempo lo ha ingannato!).

sabato 2 maggio 2015

Spaccàre a croce

Da qualche anno vige il Rito Concordatario col quale le formalità del Matrimonio Civile vengono espletate in chiesa, durante e contestualmente alla Funzione religiosa.
Una volta non era così ...
gli sposi, circa tre mesi prima del matrimonio in chiesa, dopo aver "cacciato le carte" (dopo aver presentato i documenti ), andavano in Comune, dove alla presenza del sindaco o di un funzionario f.f., veniva celebrato il rito civile - con la lettura degli artt. del C.C. -  dopo il quale si procedeva alle pubblicazioni.
Anche se era la cerimonia religiosa quella più attesa e più importante che dava inizio alla vera vita matrimoniale, dal punto di vista formale dal giorno delle pubblicazioni gli sposi erano legalmente marito e moglie.
L’espressione dialettale che definisce questa tappa importante della vita di coppia è appunto

"Spaccàre 'a croce"  (spaccare la croce)

 Sul perchè, di questo modo di dire ci sono interpretazioni diverse e contrastanti:

C'è chi dice che si spacca la croce, perchè si dividono i propri problemi ( che vengono detti "a croce") e si condividono quelli del coniuge - dividere la propria croce con unìaltra persona (spaccare la croce, appunto).

C'è invece chi da una versione diversa e ci spiega questo modo di dire collegandolo all'alto tasso di analfabetismo che impediva di scrivere
il proprio nome, per cui  la firma  veniva sostituita da un segno di croce.
Quando alla fine del matrimonio civile gli sposi e i testimoni, dovevano apporre le firme,
l'officiante (sindaco o delegato) metteva un segno  per indicare dove dovevano “firmare”
 
e gli sposi firmavano, con un segno perpendicolare,  "spaccando"  quello precedente formando la croce, ossia "spaccando a croce".
Alla luce di questa spiegazione l'espressione corretta dovrebbe essere "spaccàre a croce" (spaccare a croce).








A zita de Puzàne

 
Si racconta che a Pulsano, un paesino della provincia di Taranto, c’era una ragazza molto vanitosa a cui piaceva molto vestirsi con abiti “ all’ultima moda” e abbastanza appariscenti.
Immaginatevi quindi come era vestita il giorno del suo matrimonio: una gonna ampia tutta a balze  con pizzi e fiocchi, un corpetto tutto ricamato con nastri e lustrini,  un lungo strascico ed un’acconciatura con piume che si innalzavano al cielo, oscillando ad ogni passo.
Attraversò così tutto il paese,  sentendosi una “regina” e scatenando invidie e critiche.
Giunta davanti alla chiesa si presentò un problema:  il vestito era così ingombrante e voluminoso che la sposa non passava  dal portone della chiesa. Il padre le chiese di togliersi il cappello, ma lei non volle, per non rovinarsi l’acconciatura dei capelli. La madre le consigliò di chinarsi, ma lei non volle,  per non sgualcire il vestito.
La “zita” (sposa) pretendeva invece che venissero chiamati dei muratori per allargare il vano del portone della chiesa.
Intanto il tempo passava, ma neanche le preghiere del prete riuscirono a convincere la sposa ad  “ abbassare la testa ”.
Ad avere la meglio sui capricci della sposa fu l’impazienza di uno degli invitati che, si piazzò dietro la sposa viziata e, con un improvviso calcio nel sedere la fece arrivare di colpo al centro della chiesa!
Sull’altare però lo sposo non c’era più perché, avendo assistito a tutta la scena, aveva pensato bene di cambiare idea abbandonandola ai suoi capricci.

Da allora ancora oggi una persona capricciosa e con molte pretese che,  temporeggiando per ottenere tutto, finisce per ottenere niente,  si dice che è come  “a zita de Puzàne ... ca remanì sola c’u màzze mmàne” …

domenica 26 aprile 2015

“Ggese Criste mije, fa sta bbuen’u Rreje”






Durante il regno delle due Sicilie, Re Ferdinando II di Borbone, regnava con le “ Tre  Effe “ : Festa, Farina, Forca – termine da lui stesso coniato per sintetizzare la sua politica di governo, secondo cui per governare  un popolo  ci volevano tre cose: 
le feste, per tenerlo in allegria – la farina, per sfamarlo – la forca, per punirlo quando sbagliava.



A Taranto erano tempi grami, ma nonostante si facesse la fame, una vecchietta usava sempre ripetere: < Ggese Criste mije, fa sta bbuen’u Rreje > 
sconcertando tutti quelli che avevano l’occasione di incontrarla e ascoltarla.

La notizia giunse fino al Re, che volle conoscerla, per sapere il motivo della sua benevolenza.

Portata davanti al Re senza timore la vecchietta disse:
“ hagghie canusciute ‘u nonne tuje, c’ha state nu’ disgrazziàte, poje ha venute ttanete c’ha state chiù desgrazziàte de nonnete, mo’ è arrevàte tuje ca si chiù desgrazziàte de ttanete e de nonnete… cu digghia campà cijnt’anne, ca securamende figghiete addevende cchiù desgrazziàte de tèje, de ttanete e de nonnete!”


giovedì 23 aprile 2015

u’ muerse d’u panarijdde

Si dice che “la verità la dicono i vecchi, gli stolti e i bambini” -  ed è di bambini che vi parlo oggi, spiegandovi un modo di dire: “u’ muerse d’u panarijdde”,  usato per indicare una persona che, senza remore e limite alcuno, riesce a criticare e canzonare tutti, proprio come i ragazzi di strada, birbanti, monelli e irriverenti, detti appunto: “panarijdde” - ma perché proprio questo termine? 

Molti ritengono che risalga agli inizi del secolo scorso, quando i giornali venivano venduti per strada dagli “strilloni” che ne gridavano la notizia principale della prima pagina.
A Taranto, Vincenzo Leggieri, nel 1902 fondò un giornale locale “U’ panarijdde” – gli strilloni che lo vendevano erano ragazzini, coi calzoni corti e le scarpe rotte: “ le uagnune d’u Panarijdde” o più brevemente “ u’ panarijdde”.

Ma il suddetto giornale in testata spiegava: “je quidde piccinne ca no lasse de pede a nisciune” (è quel bambino che non perde l’occasione per inseguire nessuno) e fu intitolato “ ‘U Panarijdde” proprio perché era un giornale satirico di politica, usi, costumi e personaggi locali.

Facile quindi dedurre che il termine sia molto più antico, infatti viene associato ad un “modo di fare” non più frequente ma che si può ancora vedere: il cesto, legato ad una corda, calato dal balcone.

Quel cesto, in dialetto,  viene chiamato appunto panarijdde.

Quando i venditori ambulanti passavano per i vicoli, le donne s’affacciavano al balcone, calavano una corda a cui era legato un cesto e gridavano:“ ‘u panarijdde!” – per avvisare i passanti, ma soprattutto i ragazzini, che passavano le giornate giocando nei vicoli e che a quel grido accorrevano numerosi. Quello che  per primo prendeva ‘u panarijdde  chiedeva alla proprietaria: “Cumanne signò” -  per farsi dire dalla signora cosa doveva comprare -  poi eseguita la commissione, riportava ‘u panarijedde con la spesa e riceveva una mancia,  ossia " s’abbuscave a mazzètte " , in natura o in denaro. 
I ragazzi di strada presero così ad essere definiti "le uagnune d’u panarijdde" o più semplicemente "le panarijdde".

martedì 21 aprile 2015

Mò se ne vène cu' ste vàsce caitàne


E’ un modo di dire che nella nostra città si usa quando si vuole intendere di quelle persone che, con persuasione e sotterfugi, cercano di far cambiare opinione ad altri, per ottenere ciò che vogliono.

Il termine "vàsce" in questo caso, non significa "basso" ma, in un'accezione obsoleta ormai in disuso, indicava "sotterfugio, raggiro".

Questo modo di dire nasce in seguito alla venuta a Taranto del cardinale Bonifacio Caetani .

Nominato arcivescovo di Taranto - il 22 aprile 1613 - con fare diplomatico e vari sotterfugi, riuscì a modificare il numero dei canonici della diocesi Metropolitana, senza suscitare scandali e polemiche.
 

lunedì 20 aprile 2015

Vò' pagghie pe' ciènte cavàdde

 
Questo modo di dire in genere viene usato per sottolineare l’eccessiva pretesa nell’esigere di essere soddisfatti.
 
Pare che questo modo di dire sia da ricondurre all’epoca dell’occupazione Francese a Taranto nel 1809.
I soldati francesi erano soliti fare delle requisizion
i per soddisfare i vari bisogni di vettovagliamento dell’esercito. Con impeto e prepotenza esigevano ogni cosa immediatamente, anche dai cittadini più umili.
Dai contadini di solito pretendevano il foraggio sufficiente per alimentare i cavalli di tutta la compagnia (formata da 100 – 120 soldati) , quindi “volevano paglia per cento cavalli”.