giovedì 17 agosto 2023

Il tempo tra ieri, oggi domani e oltre

Oggi ero in fila alla cassa del supermercato, davanti a me due ragazzi, dopo di me un arzillo signore anziano. I ragazzi parlavano ad alta voce:
< ...però a venè!>
<si, si… ci no è dumàne è dopedumàne>
<eh! … e ci no è dopedumane?...>
mentre i ragazzi si guardano il signore alle mie spalle esordisce con:
<...è piscrìdde!>
mi sono girata e ci siamo messi a ridere, io e lui, mentre gli altri ci guardavano neanche fossimo alieni che parlavano in sanscrito… ‘mmarallòre!
Si atteggiano a storpiare il dialetto traducendo dall’italiano “ dumàne… dopedumàne” , ignorando che il dialetto, quello vero, è molto più ricco perché i nostri avi sapevano dare il giusto valore al tempo, non andavano mai di fretta perché sapevano bene che per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole e che oltre domani e dopodomani viene pescrìdde e poi ...pescròdde e pescrùdde;
al passato le cose non cambiano e mentre la nostra memoria si limita a ieri e avantieri per i nostri avi esisteva anche diaterze.
La bellezza del dialetto è dovuta dal fatto che certe cose possono essere espresse solo in dialetto per ricchezza e precisione dei termini.
Rimanendo nell’ambito temporale esiste l’espressione:
“òsce a otte” usata sommariamente per indicare "la settimana prossima", invece non è proprio così, perché questa frase indica: lo stesso giorno di oggi della settimana prossima, se io oggi: giovedì dico che farò qualcosa òsce a otte vuol dire che la farò giovedì prossimo, non un giorno a caso della settimana prossima…
puntuale, chiaro, preciso e conciso!


 

giovedì 16 giugno 2022

Il bis


Continuano le avventure di Pasquale...

... se prendere un caffè al bar era un sogno, figuriamoci un pranzo a ristorante ma Pasquale aveva preso fiducia nelle sue finanze da contadino e decise di osare una serata mondana tra i peccati di gola e il fascino del grande schermo.
Arrivato a ristorante con la moglie Pasquale, appena si siede, perde la sua sua giovane sicumera quando si rende conto che sul tavolo c’è un menù per scegliere i piatti da ordinare ... ma lui non sa leggere! Così comincia a guardarsi intorno per cercare di vedere le pietanze servite agli altri tavoli ... ma non riesce a capire e incalzato dal cameriere mette il dito su un rigo del menù:
<prendiamo questo>
Dopo poco arrivano due piatti di insalata di patate. Maria scontenta gli fa:
< a Pascà e ame venute fine a qua pe continuà a mangià patàne lesse?>
< mangiàme ca po' pigghiàme nu bbelle seconde>

Intanto continuava a scrutare i tavoli vicini e proprio dal tavolo accanto al suo vede che soddisfatti chiamano il cameriere e chiedono ”il bis”, pensando che quello fosse il nome della pietanza che tanto avevano gradito, appena finite le patate anche lui chiama il cameriere e chiede: <”bis”>
subito arrivano al tavolo altri due piatti di insalata di patate.
Scontento e rassegnato Pasquale rincuora la moglie:
<Marì mangiàme e sciamene ca qua no è pe nuije>
<Sine Pascà, sciàmene a’u cineme ca è megghie>

Arrivano al cinema e mentre si avvicina alla biglietteria sente gridare dalla sala: <Bis! Bis!>
spaventato si gira verso la moglie:
<Marì pure qua patàne lesse sònde! Sciàmene ca no jè serate!>

martedì 14 giugno 2022

Nu sicchie a 'u cavadde!

Nella vita social l’immagine di una tazza di caffè è il “buongiorno” per tutti, nella vita reale ci si ritrova al bar con una tazza di caffè per cominciare la giornata.
Gesti semplici, abitudinari, ormai scontati, ma non è sempre stato così.

Negli anni ‘50, quelli del dopoguerra, tra gli espedienti di economia domestica, in casa si faceva ancora il “caffè di cicoria”, retaggio della guerra passata e quando, nei giorni di festa si faceva il “caffè di caffè”, la posa veniva fatta asciugare per poter poi essere riutilizzata.
Va da sé che prendere un caffè al bar era una chimera, un lusso riservato a “i signori”, un sogno da realizzare in un futuro migliore.
… e sognava pure Pasquale mentre lavorava nei campi. ..

Un giorno incontrò compare Nicola che racconta che ti racconto gli dice:
< cumbà Pascà ajere cu mugghiereme ame sciute a cettà e n’ame pigghiate nu bbelle cafè espresse a ‘u bbarre>
< e fatte bbuène Necò! Ogni ttande nge vole n’assute>

Sorrise al compare ma dentro di se, Pasquale provava una punta d’invidia che lo spinse a prendere una decisione: se lo aveva fatto compare Nicola poteva farcela anche lui, avrebbe messo i soldi da parte e avrebbe provato anche lui l’ebrezza del caffè espresso al bar!

Ogni settimana metteva da parte quello che poteva finché arrivò ad aver racimolato 5 mila lire e si disse: <Penze ca ‘bbastene pe’ ddo’ cafè...> e avvisò la moglie:
<Marì preparete ca ma scè a Tarde>

Acconciati di tutto punto sul loro scerabbàlle andarono in città, si fermarono al bar, ordinarono i loro caffè e per quanto soddisfatto Pasquale chiese timorosamente al cameriere
< Quant’è?>
< due caffè… 60 lire grazie>
Incredulo Pasquale richiese: < 60 lire?>
< Certo signore, 60 lire >
A quella conferma, rassicurato e orgoglioso di potersi permettere il caffè al bar, Pasquale esordì:
< NU SICCHIE A ‘U CAVADDE!>

giovedì 3 maggio 2018

Il Giovedì dei miracoli

Oggi è il quarantesimo giorno dopo la Pasqua, giorno in cui la nostra religione festeggia l'Ascensione e ricade sempre di govedì (anche se la chiesa lo festeggia la domenica successiva) e voglio ricordare una tradizione non tarantina che coinvolge molti tarantini.

Un giovedì speciale che, per tutti gli Orietani e per tutti i devoti di San Cosimo alla Macchia, viene detto " della Perdonanza" o  "dei miracoli".
Il pellegrinaggio nasce da una antica e radicata devozione verso i SS Medici e per questo Santuario di Oria, custode delle Loro Reliquie.  Una devozione che perdura ancora oggi e che nasce da un voto, da una promessa o come riconoscenza per grazia ricevuta.
Una volta il pellegrinaggio si faceva  su traini e scerabbàlle. Oggi i  pellegrini arrivano al Santuario già alle prime luci dell'alba, vengono da Oria, da Brindisi ma anche dalle province di Taranto e da Lecce e non solo in pullman o in macchina ma, oggi come ieri, soprattutto a piedi.

Dopo aver rinfrancato lo spirito col pellegrinaggio, l'ascolto della Messa, la visita di ringraziamento all'Altare dei Santi,   bisogna pensare anche  a rinfrancare il corpo, rifocillandosi all'ombra di un albero per poi rilassare la mente, girando per il mercatino dove acquistare qualcosa da portare a casa. 
Molte le cose da comprare: vummìli, capàse, ciàrle e zirùli;
i prodotti tipici  più venduti, sono sicuramente quelli mangerecci: 
  •  pupiddi alla scapece - pesciolini fritti e conditi con mollica di pane, aceto e zafferano;
  • mustazzuèli 'nnasprati - i mostaccioli - biscotti tipici, ricoperti da una glassa al cacao. 
Ma di una cosa non si può proprio fare a meno: le fettucce de Sante Coseme, dette anche: capisciòle o ziarèdde ...  
insomma, i tipici nastri colorati dei colori dei SS Medici: rosso, verde, giallo - da portare  in dono a parenti e amici a testimoniana del nostro pellegrinaggio ma anche perchè ritenute potente simbolo di protezione.








giovedì 26 aprile 2018

Cítte Tu! Ca Mamete cònde

Cítte Tu! Ca Mamete cònde.
 
Una frase che noi tarantini usiamo ancora oggi per zittire chi si intromette in discorsi che non lo riguardano ma che come per la maggior parte dei modi di dire, pochi ne conoscono l'origine.

 E' un detto che mi piace ricordardare oggi, 19 marzo, giorno in cui si commemora San Giuseppe, proprio perchè l'aneddoto nasce da un fatto realmente successo proprio nella Chiesa di San Giuseppe.
 

Una volta le nicchie dei Santi erano illuminate da lumini ad olio offerti e mantenuti accesi dai devoti che, facevano carico di rimboccare l'olio degli stoppini, gesto che, in tempi in cui l'olio veniva usato con grande parsimonia, comportava sacrifici e privazioni.

Si diceva che sulla tavola del sacrestano della chiesa di San Giuseppe l'olio non mancava mai.
Si racconta infatti che ogni sera,all'ora della chiusura, il sacrestano, passava davanti alla statua della Madonna col Bambinello e dopo essersi segnato col segno della croce Le chiedeva: 
Madonna mejie Te despiace ci me pigghie nu picche d'uegghie pe 'ccunzà a 'nzalàte?" 
Ovviamente la  Statua non proferiva il Suo dispiacere e lui procedeva a spegnere i lumini, provvedendo anche a svuotare l'olio degli stoppini.
Il parroco, insospettito dal consumo anomalo dell'olio, una sera si nascose e scoprí la manovra del sacrestano.
La sera successiva il parroco si appostò nuovamente  e quando il sacrestano fece la solita domanda alla Madonna, contraffacendo la voce rispose:

"No, non puoi!"
Il sacrestano rimase sorpreso ma, dopo lo stupore iniziale, rivolgendosi  al Bambinello  rispose: "Cítte Tu! Mamete cònde".
A questa risposta il parroco si rivelò scoppiando in una fragorosa risata.
























 

giovedì 8 marzo 2018

Fiorenzo e Ardelia

Quella che voglio raccontare è una storia d'amore pubblicata sulla "Rassegna Pugliese - di scienze, lettere ed arti"- di luglio 1884,  intitolata "Ardelia - cronaca tarantina del 1301"  a firma dell'avvocato e scrittore tarantino Alessandro Criscuolo (1850 - 1938).
E' una storia non verificata, in cui anche il nome del principe viene volutamente omesso dall'autore, proprio la sua distanza dalla realtà storica la rende avvincente come solo una favola può essere.
Questa favola affascinò anche il grande compositore tarantino Emilio Consiglio che ne fece una lirica contenente "i canti di Fiorenzo e Ardelia", serenate che fanno da sfondo a questa incredibile storia d'amore ambientata a Taranto.

FIORENZO E ARDELIA
Fiorenzo Altieri era un ardimentoso giovane di gallipoli che entrato come paggio alla corte del Principe di Taranto, ne divenne poi abile scudiero col compito di occuparsi del cavallo della figlia del Principe, la bella Ardelia.
Il Marchese di Castellaneta invitò il Principe alla consueta partita annuale di caccia al falcone.
Il corteo del Principe si mosse all'alba, giunti nei pressi della gravina il cavallo della principessa Ardelia sull'orlo di un precipizio, si spaventò, l'ardimentoso Fiorenzo fronteggiò il cavallo per evitare il peggio ma il cavallo disarcionò la principessa che cadde a terra in fin di vita.
Le assidue cure dello speziale di corte e le visite giornaliere di Fiorenzo che le faceva compagnia leggendole libri e cronache di gesta eroiche di cavalieri in difesa dell'onestà delle loro donne, fecero guarire Ardelia che, innamoratasi del suo scudiero, chiese al padre di acconsentire che Fiorenzo la raggiungesse tutte le sere per continuare a leggerle quei racconti.
Un giorno a corte giunse la voce che, in terra di Bari, uno spagnolo aveva sostenuto che la madre di Ardelia avesse tradito il principe suo marito, e Ardelia ne pianse tanto che Fiorenzo, per calmarla, le pro­mise che avrebbe lui stesso sfidato a duello lo spagnolo.
Tanto disse e così fece, Fiorenzo sfidò lo spagnolo e dopo pochi colpi riuscì a sopraffarlo, puntò la sua spada sul petto dello spagnolo e gli fece giurare che la moglie del Principe era tra le più oneste del Principato di Taranto.
Riscattato l'onore del principe e della sua consorte, Fiorenzo ottenne l'amore eterno della principessa Ardelia e ogni sera, mentre tutti dormivano la raggiungeva e passavano insieme la notte ma...
"tosse et amorem nascudire non potest"...
Durante una notte tempestosa, una guardia fu svegliata da un rumore e intravide la sagoma di un uomo entrare nelle stanze dalla principessa, bussò minacciosamente, intimando di aprire. Ardelia era tremante, Fiorenzo, ricordandosi di una antica leggenda di fantasmi che si aggiravano per il castello nelle notti di pioggia, si coprì con un lenzuolo e, quando la guardia entrò gridando:
chi è là? -
senza perdersi d'animo rispose:
lo spirito del duca Randello! -
il soldato, tremante, si fece tre volte il segno della croce e scappò.
Il giorno dopo il Principe, aggiornato dell'accaduto, non credendo ai fantasmi e sentito il parere di Fulgardo, giureconsulto di corte, condannò Fiorenzo all'esilio, e alla pena di morte qualora lo avesse violato avvicinandosi al castello.
Fiorenzo ritornò nella sua Gallipoli ma non si arrese alla minaccia di morte e, con la complicità della sua ancella, appena poteva, travestito da mercante, contadino o frate, di notte raggiungeva la sua amata Ardelia nelle sue stanze.
Una notte la banda di Irpino Ajello, approfittando dell'assenza del Principe, saccheggiò e incendiò il castello. Fiorenzo cercò di intervenire ma fu legato e rinchiuso nel sotterraneo.
Il castello fu semi distrutto dalle fiamme e le guardie, per salvarsi, raccontarono al Principe di aver catturato il colpevole e di averlo rinchiuso nelle segrete.
Riunita la Corte, il Principe, condannò a morte Fiorenzo e alla clausura, nel Monastero di Santa Chiara, la figlia Ardelia.
Dopo circa un mese, una mattina all'alba Ardelia fu svegliata da uno strano rumore nella piazza sottostante, insospettita, si arrampicò ai ferri della grata e vide il suo Fiorenzo salire sul patibolo - un dolore immenso le tolse le forze e cadde a terra priva di sensi.
Ardelia non si riprese più da quel dolore e dopo sei mesi morì dopo aver chiesto, alle suore che l'avevano assistita, di essere seppellita con il suo amato.
Le suore rispettarono le ultime volontà di Ardelia e, in una notte di plenilunio, la seppellirono nella fossa dove giaceva Fiorenzo.
Sulla fossa nacque una pianta dalla quale ogni primavera spuntavano due fiori bellissimi che si intrecciavano e rimanevano uniti fino all'inverno, quando appassivano per rinascere in primavera.


Poi il 23 giugno 2016, durante lavori dell'acquedotto pugliese ritrovano una tomba con due scheletri abbracciati, " gli amanti di Taranto", pare risalenti a 2000 anni fa...
ma ... se fossero Fiorenzo e Ardelia?


giovedì 15 febbraio 2018

Tre sorelle

Quella che vado a raccontare è la storia di una famiglia, padre, madre e tre sorelle in età da marito. 
Erano buone, brave e belle ragazze ma tutte e tre avevano evidenti difetti di pronuncia.
I genitori, preoccupati per il loro futuro, si prodigavano per cercare giovani pretendenti.
Una domenica mattina il padre annunciò che in mattinata si sarebbe presentato un giovane per parlare lui. 
La madre preoccupata del difetto delle figlie, in quella circostanza, si raccomandò loro di rimanere in rigoroso e prudente silenzio.
Il giovane si presentò quasi a mezzogiorno, e la donna aveva già acceso il fuoco sotto la caldaia.
Il giovane parlava con il padre delle ragazze, la madre si preoccupava di offrire loro del rosolio e le tre sorelle intorno al tavolo, in rigoroso silenzio, si fingevano in altre faccende affaccendate quando si accorsero che l'acqua della caldaia cominciava a bollire.
Emozionate dall'ospite e distratte da quel momento di confusione le  sorelle parlarono. Cominciò la più piccola: < fè fè a catà! >
la seconda rispose: < mè mè maccaù! >
e la più grande le rimproverò: < tè tè facìme! 'a mamme n'ha dditte de no faveddà e nu faveddàme? >

Facile dedurre che a questo punto il guaio era fatto e nell'imbarazzo generale il giovane pretendente salutò educatamente e non si fece rivedere mai più.
 


KALIMERA




Neanche i Romani furono immuni alla bellezza delle tarantine. Proprio nel III secolo A.C. quando Taranto era assediata dai Romani, a Taranto viveva una bellissima ragazza, KALIMERA
Una mattina come tante altre, Kalimera si affacciò dalle mura di cinta tarantine per guardare l’accampamento romano, ma i suoi occhi incontrarono quelli del comandante dell’esercito romano, il console Tumulo. I due si innamorano perdutamente, ma tra loro e l’amore c’erano le inespugnabili mura che proteggevano la città di Taranto che impedivano a Tumulo di entrare e a Kalimera di uscire, così che i due giovani non potevano amarsi.
Una notte Kalimera, riuscì ad eludere le sentinelle e ad aprire una delle porte per far entrare Tumulo, ma con lui entrarono anche i suoi soldati che occuparono la città.
Per fortuna i tarantini furono pronti a rispondere all’assalto con tutto il loro spirito guerriero e riuscirono a cacciare i romani che ritornarono nel loro accampamento e a fare prigionieri i più ardimentosi, tra cui Tumulo.
Ma chi aveva tradito doveva pagare e si fece presto a scoprire Kalimera che, per il suo gesto, secondo le leggi del tempo fu condannata al rogo.
Appena preparata la pira al centro della città, vi issarono Kalimera. Ad assistere all’esecuzione c’era anche Tumulo che, appena le fiamme toccarono Kalimera, si liberò dalla morsa delle guardie che lo tenevano immobilizzato e salì sul rogo, abbracciando finalmente la sua Kalimera e scegliendo di morire con lei.
Una storia triste ma allo stesso tempo romantica, eroica, bella e meritevole di essere tramandata perchè la leggenda vuole che ancora oggi in alcune vie della città, sia possibile udire i bisbigli d’amore e le urla di dolore dei due amanti che la vita ha voluto divisi e la morte ha unito per l’eternità.   

lunedì 22 gennaio 2018

I medici e la spina.

Un giorno un pescatore, mentre lavorara, si fece male ad una mano. 
I giorni passavano ma la ferita non guariva e la mano era gonfia. Decise così di andare dal suo medico di famiglia. 
Il dottore disinfettò la ferita, gli fasciò la mano e gli disse di ritornare dopo tre giorni.
Tre giorni dopo il pescatore tornò dal medico che medicò la ferita, cambiò la fasciatura e gli disse di tornare dopo tre giorni.

La cura andò avanti così e, tra una medicazione e l'altra,  come creanza vuole, il pescatore, non mancava di portare al medico casse di pesce fresco.

Intanto, l'anziano medico, ormai prossimo alla pensione, un giorno si assentò, lasciando nello studio il figlio che, fresco di laurea si preparava a prendere il suo posto.
Quel giorno il pescatore doveva fare la sua medicazione. Quando arrivò il suo turno, entrò nello studio e mostrò la mano dolorante al giovane medico che, dopo aver esaminato la ferita, prese una pinza e tolse la spina che aveva al dito e che era causa dell'infezione e, dopo aver disinfettato salutò il pescatore che già cominciava a sentirsi meglio.

Finita la giornata il giovane dottore tornò a casa e raccontò al padre come era andata:
<... è stata una giornata tranquilla, è venuto un  pescatore per la medicazione alla mano ma mi sono accorto che il problema era una spina in un dito, l'ho tolta ed è andato via che si sentiva già meglio. >
Il padre lo guardò e gli disse: 
< Bene, sei stato bravo! Ma devi imparare molto. Sapevo di quella spina che stavo medicando da tempo e non era un pericolo. Ora l'hai tolta, il pescatore guarirà, ma noi abbiamo finito di mangiare pesce fresco! >

Le pestùre de Zuccarette


 I proverbi sono un compendio di saggezza popolare e fanno parte della cultura nazionale, tradotti in ogni dialetto, trovano riscontro in ogni regione, provincia e paese ma, ci sono dei detti che rimangono tipici di una delimitata zona perchè citano personaggi locali.


A Taranto si dice:
  • Cè tenime le pestùre de Zuccarette?   (mica abbiamo le cisterne d'olio di Zuccaretti)
oppure: 
  • Do Zuccarette t'attòcche! (da Zuccaretti ti tocca andare)
Queste erano le risposte tipiche date a chi si lamentava per la scarsità dell'olio nelle pietanze. 

Ma chi era questo proverbiale Zuccaretti?

Arcangelo Valente, illustre storico tarantino, nel suo libro Case vecchie e case nuove  a proposito delle abitazioni nobili della città vecchia dice:
"Nella piazzetta San Costantino era la splendida casa dei Falconibus, oggi appartenente ai Gigante, dove albergò Ladislao Durazzo, sposo di Maria di Brienne, principessa di Taranto e vedova di Raimondo Orsini... Rimpetto stava l'abitazione dei Montefuscoli, casa Zuccaretti ..."
 Da questo si deduce che, nella rinomata zona bene della città vecchia, esisteva una casa Zuccaretti, dove vi abitava una famiglia Zuccaretti,  una famiglia nobile di origine napoletana, di cui si sa poco e niente, tranne che Michelangelo Zuccaretti ne fu l'ultimo esponente, l'ultimo feudatario. In giovane età perse il padre, ucciso da ladri che saccheggiarono la loro dimora, Michelangelo allora decise di lasciare per sempre Taranto  e rigugiarsi nel castello di Massafra dove morì la notte del 15 maggio 1859 all'età di 65 anni.
 Rinomata invece la loro immane ricchezza e i loro proverbiali pesture, ossia cisterne nelle quali conservavano l'olio di oliva prodotto dai loro vasti uliveti. 
La vastità del patrimonio era pari alla noncuranza dei proprietari, e le pesture de Zuccarette, poichè la sorveglianza era quasi del tutto inesistente, erano oggetto di interesse da parte dei ladri che avevano libero accesso a sottrarre notevoli quantità di olio al ricco signore.
I ladri, al contrario dei padroni, non erano sprovveduti, e si organizzavano a turni, mettendo sempre qualcuno come palo, il quale rassicurava i compagni con la frase:  

  • fatiàte allegramende, ca da quà no ppasse ggende!
frase usata ancora oggi per apostrofare chi compie un'azione illecita.
Invece il detto: Puzze d'uegghie de Zuccarette!(Puzza di olio di Zuccaretti ) viene usato per sottolineare la dubbia origine di qualche fortuna.








martedì 12 dicembre 2017

Santa Lucia

Oggi si festeggia Santa Lucia, invocata a protezione della vista. 
Il culto di questa Santa era molto sentito, tanto che il popolo ha tradotto in dialetto e messo in versi la sua storia per poterla tramandare.
Una storia da secoli tramandata  da madre in figlia che ora finisce in un blog  e viaggia per il mondo virtuale.
Come tutte le cose della tradizione orale, anche questa storia col tempo avrà perso dei pezzi, altri se ne saranno aggiunti.  Ogni paese e ogni famiglia racconta la propria. 
Riporto la versione recitata in quel di Leporano, giunta a me da mia madre che l'ha imparata da mia nonna che, a sua volta, l'aveva sentita dalla bisnonna...

Accuminzàmu ringraziannu Ddiu
e lu nomi ti la Santissima Trinità:
‘Nci stava na figliola vacantìa
la ttàne la vuleva marità.

“ A te Lucia dagghi ta mmazzare
ci no faci ce ti dicu iu senza fiatàre!”
La puvirèdda tantu si ‘mpaurìu
ca fore ti la cittade si ni scìu.

Allu desertu la cundanna avìu, 
acqua, vientu e sole la risuscitava 
lu Re di la Billonia la vidìu
e sulu di l’uecchi si ni ‘nnammurava.

“Dàtimi nu sottatazza, Ssignurìa,
mi cecu li uecchi e 'nci li donarìa”.
Lu Re di la Billonia si ni scìu
Lucia senza uecchi rimanìu.

A 'nsuènnu Cristu la feci calmare:
" durmi Lucia e non ti ni atterrire".
Quannu s’azò ti lu liettu la matina
s'acchiò cu l’uecchi chiù belli di prima.

"Qua 'nnanti na chiesiòdda m’agghia fare
cu tre altari e do’ porti maggiori
cu tre altari e do’ porti maggiori
ogni culonna m’agghia ‘ddà stampare.

Dda ònna vinè da tutti li lueghi,
a ta vinè la gente ti longa strata.
A ta vinè la gente ti longa strata
dda ònna 'cchiari la vista li ciechi.

domenica 3 settembre 2017

A mmenzadije ci sté a ccáse d'otre, cu pigghie vije!

Un vecchio detto che tutti abbiamo sentito e usato ignorandone l'origine, tramanda una regola di buona creanza, una volta impartita con l'esempio e con l'ausilio di cunti...

... Stàvene na vota
" Sisina e Vitodda, due comari  e vicine di casa, situazioni che una volta accomunavano più della parentela.
Sisina spesso e volentieri, ossia ogni santo giorno, appena sentiva gli odori della cucina di Vitodda, si affrettava a farle visita, e non se ne tornava mai a mani vuote, perchè Vitodda divideva tutto con lei: pane, frutta, pesce, cozze, .... qualsiasi cosa. 
Piccole cose è vero, ma che, in una gestione domestica che spesso si manteneva sul sacrificio e spesso sulla Provvidenza, avevano il loro peso.
A lungo andare la situazione divenne insostenibile per Vitodda, che non si sentiva più di dividere con Sisina quello che non bastava neanche per la sua famiglia, ma non voleva neanche fare un torto ad una comare e perdere quell'amicizia.
Un giorno Vitodda preparò una focaccia e proprio appena
tornata dal forno, sentì bussare alla porta. Lei sapeva che era comare Sisina, puntuale come sempre, ma stavolta non se la sentiva di dividere con lei il suo pranzo e la sua cena. 

Per la fretta mise la teglia sulla sedia, la coprì con uno strofinaccio e andò ad aprire alla comare.
La fece accomodare e si affrettò a sedersi sulla sedia dove aveva "nascosto" la focaccia.
Cominciarono a parlare come al solito mentre Vitodda cercava di nascondere la sofferenza per essere seduta sulla teglia bollente. Provava a comportarsi come sempre, mentre si sentiva il viso (... e non solo) in fiamme quando sentì i rintocchi dell'orologio che annunciavano mezzogiorno e senza aspettare oltre (anche perchè non ce la faceva più) esclamò: 
< Stè sona mmenzadije! ...ci sté a ccáse d'otre, cu pigghie vije... >
Sisina capì che la comare la stava invitando a tornarsene a casa, e questa volta a mani vuote. Risentita, immediatamente si alzò e salutò Vitodda dicendo:
< ...ije me ne vòche e no' me ne cure ma a tte 'a pizze t'a ascuàte 'u cule! > 

Non sappiamo se Sisina, capita l'antifona continuò a frequentare la vicina senza approfittare della sua generosità, e se l'ustione di Vitodda lasciò cicatrici. 
Certo è che  adesso ne sappiamo una in più!


venerdì 11 agosto 2017

L’uève d'u Cuménde de Sánda Chiáre.

Oggi si festeggia Santa Chiara, ricordata a Taranto per un Convento, famoso per le sue uova, nominate quando qualcuno cerca di ottenere il massimo (o l'impossibile) col minimo sforzo, con questo detto:
“ vè ‘cchiánne l’uève dù cuménde de sánda Chiáre: frische, gruésse e mmarcáte!"

Questo perchè le suore allevavano le galline  rivendendo le uova a prezzo molto basso, lo stretto necessario alla loro sussistenza, come imponevano i loro voti.

Il Convento fu costruito per volontà di Raffaele Pesce, medico dell'Ospedale della SS. Trinità, di Via Duomo, il quale lasciò  tutti i suoi averi al Capitolo metropolitano affinchè costruisse un monastero di  "clarisse" che avrebbero dovuto accogliere le monacande senza distinzione di classe sociale.
Alla sua morte, il lascito si rivelò insufficiente per l'ambizioso progetto, per cui il clero decise di vendere anche la casa del medico, di via Pentite, e decise di costruire il convento vicino alla Cattedrale, dove sorgeva l'antica Chiesetta di S. Rocco
Il convento fu terminato nel 1621 e fu sede della Clarisse fino al 1896, quando divenne sede  della suore Figlie di S. Anna che ne fecero asilo e scuola di cucito fino al 1975. Nel 1978 il Convento venne abbandonato, e chiuso definitivamente.
Dopo restauro da parte dell'Amministrazione Comunale di Taranto, che lo aveva acquisito nel dopoguerra, oggi l'edificio è sede del Tribunale dei Minori.






domenica 9 luglio 2017

Pur'a mugghière d'u sìnneche à sprusciàte!

Oggi è domenica, giorno di messe e di prediche che da sempre sono la parte più importante della funzione religiosa domenicale. L'omelia spiega il vangelo ma soprattutto è il mezzo per comunicare ai fedeli i dettami della nostra religione, ma anche quello attraverso il quale i preti evidenziano i problemi morali della comunità che, denunciati in confessionale si risolvono sul pulpito.
L'importanza della predica è  testimoniata dai pulpiti, che sono elementi architettonici sopraelevati, presenti nelle chiese antiche, utilizzati proprio per le prediche.
A decretarne l'efficacia è l'usanza, in tempo di Quaresima, di ospitare in parrocchia dei monaci predicatori che aiutano i parroci nelle confessioni e nelle prediche, in quel periodo di massima costrizione.

A riguardo esiste un simpatico aneddoto che racconta proprio di questo.

"Tanti anni fa, pare che un curato, scandalizzato dal modo con cui le parrocchiane, in confessionale, denunciavano la facilità con cui tradivano i mariti, non potendo fare altro per rispetto del luogo e delle sue morigerate orecchie,  consigliò alle peccatrici di confessare il loro tradimento con un allegorico "sono scivolata".
 

Così le confessioni cominciavano con: < dimmi figliola...>
continuavano con: < Padre hagghie sprusciàte...>
per finire con: < Stai più attenta figliola, evita il peccato...>
PaterAveGloriaAmen ..... 


Per buona pace di tutti le cose andarono così finchè, in tempo di Quaresima, non arrivò un predicatore che veniva dal nord... nu furàstiere.
Il confessore era cambiato ma i peccati no e neanche la formula da confessionale che il predicatore, non conoscendone  l'allegoria, continuò ad assolvere senza problemi, data l'esiguità del peccato.
Col passare del  tempo quelle scivolate erano quasi  l'unico peccato bisbigliato in confessionale, tant'è che il predicatore, che aveva girato buona parte dell'Italia, convenne di trovarsi in un posto quasi angelico, che avrebbe raggiunto la perfezione se ci fosse stata più cura nella manutenzione del  lastricato delle vie.
Dopo la Pasqua arrivò per lui il momento di abbandonare la parrocchia e  l'ultima sera di predica, nell'accomiatarsi dai suoi fedeli, ne asaltò la bontà, l'onestà e le buone abitudini e terminò raccomandando alle autorità intervenute, la manutenzione delle strade, poichè tutte le donne, anche la moglie del sindaco, erano scivolate.
Inutile dire quanto i fedeli ascoltatori rimasero perplessi!


Da allora il predicatore di Quaresima si scelse sempre tra coloro che conoscevano bene il dialetto e le usanze locali e tutte le loro sfumature...
... e da allora i tarantini, per alleviare il peso di certi copricapi e sminuire la gravità di certe abitudini, usano dire:
< Eh!  pur'a mugghière d'u sìnneche à sprusciàte! >



venerdì 3 marzo 2017

Il giorno dei barbieri

Il primo venerdì di Marzo è la giornata dei barbieri.

Un'antica tradizione infatti ci tramanda che se tagliamo i capelli in questa giornata
- i capelli ricresceranno più forti,
- saremo protetti dal malocchio,
- non soffriremo di mal di testa per tutto il resto dell'anno.

Un tempo questo rito propiziatorio veniva osservato specialmente per i bambini, anche neonati, a cui le mamme, in questo giorno, tagliavano un ciuffettino di capelli.
Ovviamente non occorre raparsi a zero e neanche andare dal barbiere, basta tagliare una ciocca e...
salagadula magicabula bibbidibobbidibù
il mal di testa non ci verrà più!

mercoledì 8 febbraio 2017

Il Duca di Grazzano

Da qualche anno nella mia stanza ho appeso questa stampa, 
niente di tarantino ma, secondo me, una bella e importante filosofia di vita scaturita da una storia che vale la pena conoscere.
 
GRAZZANO VISCONTI, è piccolo borgo nel comune di Vigolone in provincia di Piacenza, antico ducato della famiglia Visconti. 
Nel 1395 il duca Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano e di altre città del nord, autorizzò la sorella Beatrice, sposata al nobile piacentino Giovanni Anguissola, a costruire un castello nella loro proprietà di Grazzano.
Nel 1870, l'ultimo signore del castello, Filippo Anguissola, morì senza lasciare eredi. I beni passarono alla madre Francesca (Fanny) Visconti, vedova di Gaetano Ranuzio Anguissola, che a sua volta, nel 1883, lasciò i possedimenti al nipote Guido Visconti di Modrone. Alla morte di quest'ultimo il castello andò in eredità al figlio Giuseppe Visconti di Modrone.
L'eredità era costituita da un castello imponente ma ormai in rovina, con mura sgretolate e intere parti pericolanti, circondato da un terreno popolato da umili case contadine.
Ma Giuseppe Visconti di Modrone era un uomo dai mille interessi e dalle idee geniali che pensò di rivalutare l'eredità di famiglia per renderla degna del blasone e utile alla società.
Per rendere possibile le sue idee si avvalse della collaborazione dell'architetto liberty Alfredo Campanili. I lavori cominciarono subito e in soli tre anni (1905-1908) il lavoro era finito, era sorto un paese operante e abitato, ma esattamente identico a un villaggio medievale.
Re Vittorio Emanuele III, entusiasta della realizzazione, con un regio decreto del 1915, decretò che al nome antico di quel paese, Grazzano, dovesse aggiungersi “Visconti”, come doveroso omaggio al suo creatore.
Ma il riconoscimento del Re non servì a fermare le malelingue e gli invidiosi che criticavano l'opera dando del "megalomane" al suo ideatore, il quale in tutta risposta, sul castello, dipinse un garofano rosso con attorno un cartiglio riportante una frase in una lingua sconosciuta:

  “otla ni adraug e enetapipmi”.
Quella misteriosa scritta, altro non era che la risposta del Visconti ai suoi detrattori e, per risolvere l'arcano, basta solo leggere la scritta al contrario, da destra verso sinistra, e magicamente si leggerà la frase:  “Impipatene e guarda in alto”.
Era questa la sua filosofia di vita, che lo portò a continuare il suo progetto utopico di moderno medioevo, di un paese autonomo e autosufficiente, dotato di tutti i servizi utili ai suoi abitanti. Nel 1910 aveva già l'asilo, la scuola, un mulino, una scuola di ebanisteria a cui, in seguito si sono aggiunte la stazione tramviaria, una fabbrica di conserve di pomodori, un laboratorio di lavorazione del ferro battuto... nulla doveva mancare a questo borgo travestito all’antica.
I sette figli del duca, tra cui il famosissimo Luchino Visconti, vissero questo borgo come se fosse un immenso parco giochi ambientato nel 1300 i cui abitanti - per espresso volere del duca - giravano vestiti con abiti d'epoca disegnati dal figlio Luchino, che sin da ragazzino, organizzava in questo borgo, recite e rievocazioni storiche, esercitando sin da bambino l'arte di regista.
In seguito l'immagine del garofano col cartiglio illeggibile divenne una simpatica immagine dal potere esoterico, che fu dipinta, ad opera dello stesso duca, su molti edifici del borgo.

Se volete saperne di più: http://www.grazzano.it/

martedì 17 gennaio 2017

... E passe pe' trentanove!


E un modo di dire usato quando si lascia passare una menzogna oppure un gesto o un atteggiamento poco corretto.

Questa locuzione nasce dal vezzo, tutto femminile, di mentire sulla propria età nascondendosi gli anni.

Si racconta di una donna celibe, una "zitellona" che, dopo il trentanovesimo anno  continuò a dire sempre di avere  trentanove anni.
Ormai prossima alla cinquantina, dovendo dichiarare la propria età, con il consueto vezzoso sorriso rispose: 
< Trentanove >
Il suo interlocutore, osservandola con aria incredula rispose:  
< E passe pe' trentanove! >
Concedendole galantemente di fermare la sua età alle soglie dei temuti " anta".

giovedì 12 gennaio 2017

Marta 'a piàtose...

Modo di dire poco conosciuto e usato ancora meno, che pone l'accento sulla "carità pelosa", quella carità deformata e scelleratamente trasformata da virtù a vizio, molto più diffusa e praticata di quanto si possa pensare.
La prima domanda che nasce spontanea è: < chi era questa Marta? >

In effetti nessuno lo sa ma, vista l'accezione, probabilmente deriva dall'opera " Marta la piadosa " del canonico, drammaturgo spagnolo Gabriele Tèlez, alias Tirso de Molina (1579 - 1648),
in cui si racconta la storia di Marta, una ragazza innamorata di un giovane che sarà accusato dell'omicidio del fratello. Costretta a sposare l'uomo sceltole dal padre, a sorpresa, rivela a tutti di aver fatto voto di castità e si dedica all' assistenza dei bisognosi e dei malati. In realtà questa messa in scena le serve per poter incontrare liberamente l'amato che, dopo svariate vicissitudini, tra intrighi e menzogne, riuscirà a sposare.


La seconda domanda  riguarda una locuzione poco usata: " masticare brodo" -  un'azione priva di senso e utilità quanto impossibile - usata per descrivere un perditempo, un fannullone.

martedì 1 novembre 2016

Diasilla (Dies irae in tarantino)

Novembre è il mese dedicato ai defunti e una delle più belle composizioni a loro dedicata è il Dies irae (il giorno del giudizio), risale al XIII secolo e viene attribuita al religioso francescano Tommaso da Celano. E' una sequenza in lingua latina, musicata da molti musicisti che cantata durante le messe di requiem ha assunto valenza di preghiera.I nostri avi ne conoscevano il significato ma, non sapendo la lingua latina, lo recitavano in dialetto, ed è proprio questa la versione che voglio riportare, comparandola con la versione latina originaria e rispettive traduzioni:

Diasilla
Diasilla diasilla!                                       Diesilla diesilla!
Secul'e ssecula 'nfacìlle!                          secoli e secoli in favilla!

Ahimè! ce ggran delore                           Ahimè! che gran dolore
a ggiudecà le peccatore!                         a giudicare i peccatori!
Penzànne mme vene 'u tremore.          Pensando mi viene il tremore.

Sunarà 'a terribbele trombe                   Suonerà la terribile tromba
pe le sebbùrche de 'u munne,               per i sepolcri del mondo,
chiàmanne tutte a ddà le cunde;           chiamando tutti a darne conto

e risciuscetànne le criatùre                    e resuscitando le creature
dall'andìche sebbulture                          dalle antiche sepolture
pe Giudizzie 'nnand'a Ddomene.          per il giudizio davanti al Signore

Sciàme nnand'o Tribbunale                    Andiamo davanti al Tribunale
addò stè scritt'u bben'e u male,            dove è scritto il bene e il male,
p'essere tutte ggiudecàte.                      per essere tutti giudicati.

Nnand'a Ddie Unneputènte,                   Innanzi a Dio Onnipotente
ca cum'a Ggiudece sarà ppresende,     che come Giudice sarà presente
anem'e ccuèrp'ije m'appresènde.         anima e corpo io mi presento.

Ce agghia dicer'ije miseràbbele            che devo dire io miserabile
a 'u Patrune ca m'addummànne            al Padrone che mi domanda
l'opre ci sò ggiùst'e sso ssecùre?           l'opere se son giuste e son sicure?

O tremenda Majestàte                           O tremenda Maestà,
sarva l'ome, sarva l'ingràte,                   salva l'uomo, salva l'ingrato,
sarv'a mme, fonde de pietate!              salva me fonte di pietà.

Arrecordete, Ggesù mie,                         Ricordati, Gesù mio,
facìste l'om'a ccunde mie,                      Facesti l'uomo a conto mio,
no mme perdere quedda die!                non perdermi quel giorno!

Me cercaste e nno m'acchiàste,            Mi cercasti e non mi trovasti,
sobbr'a Croce m'accattàste,                   sulla Croce mi riscattasti,
me lebbrast'e mme sarvaste                  mi liberasti e mi salvasti

Tribbunale d'espiazzione!                       Tribunale di espiazione
Nand'a Ddije no'nge stè raggiòne         Davanti a Dio non c'è ragione,
no ffavòr'e nno pperdòne.                      non favori e non perdono.

Cumbarìsche cum'a nnu reje                  Comparisco come un reo,
e s'arròss'a faccia meje.                          e arrossisce il mio viso.
Signor, 'agghie pietà de meje!               Signore abbi pietà di me!

Tu 'a Maddalena l'assulvìste,                 Tu la Maddalena la perdonasti,
'u latrone l'esaudiste                               il ladrone l'esaudisti
e ppe mme na spranz'avìste.                 e per me una speranza avesti.

Ije te preje, e nno ssò ddìgne,                Io ti prego e non sono degno,
Da 'u fuèche famme libbere;                  dal fuoco fammi libero;
falle Tu, ca sì Benigne!                             Fallo Tu che sei Benigno!

'Ndrà l'ainièdde nu luèche me 'mbrieste, Tra gli agnelli un posto mi presti
no mme mannàre le sequestre              non mi mandare i sequestri
e mmitteme alla Tua destre.                   e mettimi alla Tua destra.

Alluntanàte le maledìtte.                         allontanate i maledetti,
da quìdde fuèche sèmbre strìnte           da quel fuoco sempre stretti,
chiam'a mme cu le benedìtte.                 chiamami tra i Benedetti.

Sò pintìte e umigliàte                              Son pentito e umiliato
agghie cure de me, 'ngràte;                     abbi cur di me ingrato;
buène luèche me sia date.                       Buon luogo mi sia dato.

Lagremose diasilla!                                   Lacrimosa dies irae!
resciuscetànne da le facìlle                     resuscitando dalle faville

pe ggiudecare l'ome reje                         per giudicare l'uomo colpevole.
Agghie piatàte de meje                            Abbi pietà di me

Ggesù mmie, Ggesù bbuène!                 Gesù mio, Gesù buono!
Rèchie etèrna dona Domene!                 Requiem aeternam dona Domine!
Ammèn.                                                    Amen.


Dies Irae
Dies Irae, dies illa                                 Giorno dell'ira, quel giorno che
solvet saeclum in favilla:                     dissolverà il mondo in cenere
teste David cum Sybilla.                      come annunciato da Davide e Sibilla.

Quantus tremor est futurus,                Quanto terrore ci sarà
Quando judex est venturus,                quando il Giudice verrà
Cuncta stricte discussurus.                 a giudicare severamente ogni cosa.


Tuba, mirum spargens sonum           La mirabile tromba diffonderà il suono
per sepulcra regionum                        tra i sepolcri del mondo
coget omnes ante thronum.                 porterà tutti davanti al trono.

Mors stupebit et natura,                    La Morte e la Natura si stupiranno
cum resurget creatura,                      quando risorgerà ogni creatura
judicanti responsura.                        per rispondere al Giudice.

Liber scriptus proferetur,                  Sarà presentato il libro scritto
in quo totum continetur,                    nel quale è contenuto tutto,
unde mundus judicetur.                     dal quale si giudicherà il mondo.

Judex ergo cum sedebit,                    E quando il giudice si siederà,
quidquid latet, apparebit:                 ogni cosa nascosta sarà svelata, 
nil inultum remanebit.                       niente rimarrà invendicato.
                                                         
Quid sum miser tunc dicturus?        Allora, che potrò dire io, misero,
quem patronum rogaturus,               chi chiamerò a difendermi,
cum vix justus sit securus?               se neanche il giusto potrà dirsi al sicuro?

Rex tremendae majestatis,               Re di tremendo potere,
qui salvandos salvas gratis,            tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fons pietatis.                    salva me, fonte di pietà.

Recordare, Jesu pie,                        Ricorda, o pio Gesù,
quod sum causa tuae viae               che io sono la causa del tuo viaggio;
ne me perdas illa die.                      non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Quaerens me, sedisti lassus,           Cercandomi ti sedesti stanco,
redemisti Crucem passus:               mi hai redento conla passione della Croce:
tantus labor non sit cassus.            che tanto sforzo non sia vano!

Juste judex ultionis,                        Giusto giudice di espiazione,
donum fac remissionis                    concedi il dono del perdono
ante diem rationis.                          prima del giorno della resa dei conti.

Ingemisco, tamquam reus,             Gemo come un colpevole,
culpa rubet vultus meus                 per la colpa arrossisce il mio volto;
supplicanti parce, Deus.                risparmia chi ti supplica, o Dio.

Qui Mariam absolvisti,                 Tu che perdonasti Maria di Magdala,
et latronem exaudisti,                    tu che esaudisti il buon ladrone,
mihi quoque spem dedisti.             anche a me hai dato speranza.

Preces meae non sunt dignae,       Le mie preghiere non sono degne;
sed tu bonus fac benigne,              ma Tu, buon Dio, con benignità fa'
ne perenni cremer igne.                 che io non sia arso dal fuoco eterno.

Inter oves locum praesta,              Assicurami un posto nel Tuo gregge,
et ab haedis me sequestra,            e tienimi lontano dai caproni,
statuens in parte dextra.                ponendomi alla tua destra.

Confutatis maledictis,                    Una volta smascherati i malvagi,
flammis acribus addictis,              condannati alle fiamme feroci,
voca me cum benedictis.               chiamami tra i benedetti.

Oro supplex et acclinis,                 Ti prego supplicandoTi in ginocchio

cor contritum quasi cinis:             col cuore contrito ridotto quasi in cenere
gere curam mei finis.                     prenditi cura del mio destino

Lacrimosa dies illa,                       Giorno di lacrime, quello,
qua resurget ex favilla                   in cui  risorgerà dalla cenere 

Judicandus homo reus.                  Il peccatore sarà giudicato.
huic ergo parce, Deus:                  abbi pietà di lui, o Dio:

Pie Jesu Domine,                           Pio Signore Gesù,
dona eis requiem. Amen.               dona a loro la pace. Amen.